“Questa è la mia faccia da ascolto”. Si giustifica così, della sua proverbiale e catatonica monoespressività, George Clooney, in scena da attore come “Jay Kelly”, verso la figlia che lo sta insultando e cacciando via. Già, perché “Jay Kelly”, diretto da Noah Baumbach, e finito inopinatamente in Concorso a Venezia 2025, è un autogol micidiale per la mai memorabile arte performativa del divo hollywoodiano.
Se ci parlate di glamour, di capsule per il caffè, di abiti ben portati, di dichiarazioni politiche anti repubblicane post visione, allora Clooney è il vostro uomo. Per chi invece chiede a Clooney il minimo sindacale fronte macchina, “Jay Kelly” è una involontaria ammissione di colpa perenne, affogata oltretutto in una sorta di scult imperituro che si scolpirà negli anni. Clooney/Kelly è un 60enne star hollywoodiana ultrapopolare vecchio stile che, dopo aver girato l’ultima toccante scena di un film che non guarderebbe nemmeno una casalinga dell’Ohio, e con la scusa di un premio alla carriera da ritirare in Italia, decide di mollare tutto, ma in maniera molto soft, seguendo di nascosto a Parigi e poi in Toscana la figlia appena maggiorenne che non vuole vivere di jet e piscine ma con tenda e treno in seconda classe (sic!).











