Viviamo in un tempo in cui la comunicazione non è più semplice trasmissione di notizie ma campo di battaglia, luogo di conflitto, spazio in cui la propaganda e le fake news si diffondono con una rapidità impressionante, tanto da intaccare la fiducia reciproca e l’orizzonte stesso della democrazia. Non è un caso che secondo il World Press Freedom Index 2025 di Reporters Without Borders oltre metà della popolazione mondiale viva in paesi classificati come «zone rosse» per la libertà di stampa: 4,25 miliardi di persone hanno accesso a un’informazione fortemente condizionata da pressioni politiche, economiche e militari. Negli Stati Uniti, ad esempio, la libertà di stampa è precipitata al 57° posto a causa dei tagli ai media pubblici e delle crescenti pressioni legali sui grandi quotidiani; in India, 151° su 180, molti giornalisti subiscono minacce, aggressioni e perfino campagne denigratorie orchestrate a livello governativo; in Russia, la guerra ha radicalizzato il controllo statale: le leggi cosiddette “anti-fake news” hanno messo a tacere i media indipendenti, diversi cronisti sono stati arrestati, e Roskomnadzor oscura regolarmente siti non allineati. Questi numeri mostrano come la propaganda, soprattutto e non solo in contesti bellici, diventi un’arma di potere capace di riscrivere i fatti e manipolare le coscienze, al punto da rendere invisibile la sofferenza e inaccessibile la verità. Eppure, come ci ricorda Papa Leone XIV, «prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani» e questo vale soprattutto nella comunicazione: il nostro compito non è moltiplicare slogan, ma generare parole che siano ponti e non muri, che aprano spiragli di luce e non oscurino la realtà. È in questa prospettiva che il World Meeting on Human Fraternity 2025, il 12 e 13 settembre a Roma, dedicherà uno dei suoi quindici tavoli tematici al grande tema della Comunicazione e dell’Informazione, con la partecipazione di testate nazionali come Il Sole 24 Ore, La Repubblica e internazionali come CNN, The New York Times, Le Monde, Fox News, CBS, BBC, The Times, Sky News Group, Folha de S. Paulo, TVP, Grupo Globo, Rpp Noticias, El Comercio, Nation Centre, Rappler News e tra gli altri L’Osservatore Romano, Quotidiano Nazionale, MD Entertainment, Ansa: un mosaico che testimonia come la ricerca di verità e fraternità non possa che essere universale. Come ha sottolineato il cardinale Mauro Gambetti, «l’esperienza dei Tavoli aiuta a incontrarsi e ascoltarsi, conoscersi e riconoscerci» e proprio in questo ascolto si gioca il futuro della parola, perché una società che smarrisce la verità non solo perde la bussola, ma espone i più fragili a nuove forme di sfruttamento. La sfida è chiara: o lasciamo che la comunicazione diventi il megafono dei potenti, o la restituiamo alla sua vocazione originaria di servizio alla comunità, di costruzione di cittadinanza, di tutela del bene comune. In questo senso la propaganda di guerra, che oggi plasma le percezioni di milioni di persone, va smascherata con coraggio: dietro le notizie filtrate e i bollettini pilotati si nascondono vite spezzate, diritti violati, verità negate. La fraternità di cui parlano il Meeting e l’enciclica Fratelli tutti è allora il vero antidoto: una nuova grammatica che ricompone il linguaggio della comunicazione nel segno dell’umano. Perché informare non è un mestiere neutrale, ma una responsabilità che chiede di custodire la dignità di chi non ha voce, di raccontare la realtà senza piegarla agli interessi, di servire la verità anche quando essa è scomoda. In fondo, san Francesco ce lo aveva già insegnato con la sua semplicità: «Annunciate il Vangelo in ogni momento; se necessario, anche con le parole». La prima comunicazione è la vita, la testimonianza concreta, lo stile che parla più forte di qualunque discorso. Ecco allora la sfida che ci attende: passare dalla propaganda alla testimonianza, ridare alla parola la sua forza generativa, restituire alla comunicazione la sua natura più vera, quella di essere servizio all’umano, annuncio di pace, segno di fraternità.