Il nostro futuro è nell'energia dagli oceani, al di là che si voglia o meno indossare maschera, bombole e pinne. Lì ci sono materie prime e cibo, risorse e di ossigeno. Sembra così ovvio ed evidente che dovremmo stipulare una polizza miliardaria per proteggerli, e invece i miliardi li investiamo altrove e degli oceani ce ne dimentichiamo. Non è solo perché non vediamo dentro, altrimenti anche per esplorare lo Spazio metteremmo meno soldi. Ma allora perché? Chi studia gli oceani da sempre, non ha ancora trovato risposta, ma non se ne fa una ragione. Tra questi c’è Roberto Danovaro che nel suo incontro “Oceano futuro e la maggioranza invisibile del pianeta” in programma nel Festival della Mente di Sarzana, racconterà perché è ora di aprire gli occhi anche sott'acqua e prendersi cura di questa parte di pianeta. L’appuntamento è sabato 30 agosto alle ore 14.45 al cinema Moderno e Wired Italia lo ha incontrato per prepararsi e prepararvi al tuffo che farà fare a tutti i partecipanti.Oceano presente“Noi siamo animali terrestri, è vero, ma…”Danovaro inizia così, e poi prosegue con un lungo elenco di ragioni per cui ogni essere umano debba occuparsi e preoccuparsi della salute del mare. “Tutta la vita è nata nei nostri oceani, è da lì che viene tutta l'evoluzione, oggi circa il 50% dell’ossigeno del pianeta viene rilasciato dall'attività di fotosintesi degli organismi marini ed è quello che respiriamo” spiega. Se non manca il respiro al solo pensiero, il rischio è che fra qualche decennio manchi il cibo per sfamare parte degli abitanti della Terra più di quanto già non avvenga. “Gli oceani forniscono attualmente circa il 30% delle proteine necessarie, tra il 2050 e il 2100, in prospettiva, le persone che non potrebbero sopravvivere senza il suo contributo sarebbero circa un milione e 400 mila - spiega Danovaro - il mare rappresenta anche la più importante risorsa di materie prime attualmente presente sul pianeta”.Il pensiero corre alle miniere per l’estrazione delle materie prime negli abissi - il deep sea mining - ma nelle migliaia di metri che stanno tra il fondo e la superficie dell’oceano c’è un’altra miniera: l’acqua. È preziosa per molti noti motivi, lo è sempre di più anche come supporto contro la crisi climatica in corso. Danovaro lo ricorda con chiare cifre: “gli oceani sequestrano circa il 40% dell’anidride carbonica che rilasciano nell'atmosfera e assorbono il 90% del calore lì accumulato per via dell’effetto serra. Sono di grande aiuto, finché possono, perché li abbiamo mandati fuori regime con gli stessi cambiamenti climatici e non è detto lo possano fare per sempre”Un oceano di tecnologieOltre a quelle climatiche, alimentari ed energetiche, ci sono anche alcune diverse ragioni economiche e geopolitiche per badare all’oceano. Una risiede nelle acque internazionali, quelle oltre le 200 miglia dalla costa. “Sono circa la metà del pianeta, sono ricche di risorse e saranno sempre oggetto di grandissima attenzione perché custodiscono opportunità di sviluppo economico come poche altre aree” ricorda Danovaro. Al di là della distanza dalle coste, inoltre, “la superficie oceanica è l'unica parte del pianeta che non può essere controllata tramite satelliti - aggiunge - per esplorarla servono tecnologie ad hoc”.Le più promettenti sono tutte quelle che possono aiutarci a raggiungere “la profondità media degli oceani, attorno ai 4mila metri, visto che la quasi totalità delle tecnologie che utilizziamo sulla Terra ha dei problemi ad andare sotto i mille metri di profondità” spiega Danovaro. La prima che cita sono droni robot in grado di visitare i diversi habitat presenti negli abissi e rivelarci la biodiversità e le forme di vita lì custodite. Fondamentali anche le innovazioni per imparare a sfruttare meglio le risorse dell’oceano: “ne abbiamo bisogno, ma dobbiamo farlo in modo ecocompatibile - spiega Danovaro - dobbiamo essere delicati e attenti come in un bosco ricco di funghi”.La terza tipologia di tecnologie legate agli oceani su cui puntare comprende è quella legata al mimicking, all'imitare soluzioni suggerite dalla biodiversità. Un esempio per tutti è la luminescenza e gli straordinari meccanismi naturali che la provocano. “Comprenderli e copiarli potrebbe aiutarci a risolvere problemi di illuminazione non solo in ambienti subacquei ma anche terrestri - spiega Danovaro - e in mare e dal mare arriveranno anche sempre più soluzioni per la decarbonizzazione: sarà un fattore chiave per conquistare la nostra autonomia energetica”Tutti al mare, per esplorare il nuovoChi vuole davvero superare le frontiere tecnologiche, secondo Danovaro “il vero banco di prova della nostra capacità di innovare a livello globale, anche rispetto allo spazio, perché negli oceani ci sono condizioni di temperatura e pressione diverse e bisogna fare i conti che i tanti organismi viventi che lo abitano”.Considerando che finora l’umanità ha esplorato poco più del 20% dei fondali marini, possiamo fare di meglio e potremo farlo solo “collaborando tra Paesi - afferma Danovaro- nessuno da solo riesce ad avere le risorse economiche e tecnologiche sufficienti per affrontare una missione seria di esplorazione degli abissi”. Pur consapevoli del prezzo di tutto ciò e di quanto valga la pena pagarlo anche solo per la sicurezza alimentare ed energetica dei nostri nipoti, “continuiamo a investire per lo sviluppo della ricerca in mare meno di un decimo di quello che investiamo solo per cercare organismi su altri pianeti o per scoprire nuove stelle”. Danovaro parla di “miopia culturale” e commenta: “non abbiamo dubbi sia importante il prossimo buco nero, ma non ci interessano nuove soluzioni per una gestione sostenibile del nostro pianeta. Se le volessimo davvero trovare le cercheremmo in mare, non nelle stelle”