Dai dazi sulle importazioni (ridimensionati nella versione definitiva) alla qualifica di minerale critico: il rame alla pari con le terre rare insomma, o quasi. A conferma del crescente allarme avvertito dall’amministrazione Trump per l’eccessiva dipendenza dall’estero nelle forniture del metallo rosso, quanto meno in forma raffinata, visto che negli Stati Uniti – pur essendoci importanti miniere e una grande abbondanza di rottame – ci sono appena due fonderie di rame in attività, del tutto insufficienti a soddisfare un fabbisogno che si prevede in crescita vertiginosa: basti pensare alla necessità di rinnovare e potenziare le reti elettriche al servizio, tra l’altro, dei nuovi e super energivori data center per l’intelligenza artificiale.

Il rame spunta così tra le materie prime candidate all’ingresso nella lista dei minerali critici Usa, che viene aggiornata con cadenza triennale: un elenco che rappresenta una sorta di corsia preferenziale per incentivi destinati allo sviluppo della produzione locale. La bozza della versione 2025 del documento, pubblicata dal dipartimento dell’Interno (Doi) e aperta alla consultazione pubblica per 30 giorni, propone anche altre cinque “new entry”, specificando anzi che in questo gruppo i maggiori rischi di approvvigionamento riguardano in realtà il potassio – minerale fertilizzante che gli Usa importano per l’80% dal Canada – e il silicio, strategico per i microchip oltre che per i pannelli solari, la cui produzione è dominata dalla Cina. Il rame è al terzo posto.