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Per decenni c’è stata una regola non scritta nelle comunità di appassionati che scrivevano “fanfiction”, il genere dei racconti che si basano su storie e personaggi appartenenti a immaginari e universi narrativi inventati da altri: lo si fa per passione, non per guadagnarci. Monetizzarli era sostanzialmente impensabile, dato che le leggi sul diritto d’autore vietano di sfruttare la proprietà intellettuale altrui a scopo di lucro. Le case editrici, poi, se ne tenevano alla larga, sia per evitare problemi legali, sia perché le consideravano in larga parte opere dozzinali e amatoriali. Ogni tanto un’autrice di fanfiction riusciva ad avviare una carriera da scrittrice con un’opera originale, ma era molto raro che fossero le fanfiction stesse a essere trasformate in romanzi.

Oggi, però, quella regola non vale più, né per gli autori né per le case editrici. «Gli editori tendono a cercare sempre più spesso prodotti che abbiano già una base di lettori affezionati da cui partire, almeno in potenza», spiega Francesca Motta, che ha a lungo lavorato per la divisione marketing di diverse case editrici specializzate in romanzi. «E le fanfiction, che soprattutto nel mercato anglofono vengono lette da un numero gigantesco di persone, possono far venire l’acquolina in bocca».