«Qui mi sento libera, qui sto bene». Cesira Ton lo diceva seduta su una panchina del Terminal 1 di Malpensa, con accanto un borsone sformato, pieno di appunti, poesie, tazze di latta e un piccolo fornelletto rosso. Per tutti era Emilietta, minuta e ostinata. È morta il 17 agosto, a 86 anni, nella Rsa Anni Azzurri di Dormelletto, nel novarese, dove aveva accettato di trasferirsi solo tre anni fa, quando il corpo ha cominciato a cedere. La mente, mai.
Per oltre vent’anni Cesira ha vissuto nel cuore dello scalo. Non nei cieli, ma nei corridoi. Tra carrelli, annunci, arrivi e partenze. «Padrona del mio castello», diceva di sé. Cittadina di un non-luogo che per lei aveva un'identità chiarissima: casa. «Sono qui da così tanto tempo che quasi ne sono la proprietaria», ripeteva. Ed era vero. La conoscevano tutti: hostess, vigilanti, addetti alle pulizie, baristi, poliziotti, passeggeri. Alcuni la salutavano distrattamente. Altri, con rispetto. Nessuno la dimenticava.
Classe 1939, originaria del Veneto, aveva vissuto per anni a Mauritius con il marito e i figli. Poi una separazione, «problemi burocratici», un errore mai del tutto chiarito, e l’inserimento in una black list da parte del governo mauriziano. Da lì, l’esilio amministrativo: niente passaporto, niente ritorno sull'isola. «È giusto che paghi (non ha mai spiegato per cosa, ndr), perché ho sbagliato io. Ma così è come scontare un ergastolo», diceva con lucidità. Nessun rimpianto espresso a mezza voce: tutto netto, tutto scelto. In quell’ergastolo si era costruita una nuova forma di libertà.






