Caro Aldo,

Michele Masneri scrive sul Foglio: «Se leggo ancora un pezzo su Pippo Baudo, se leggo soprattutto ancora un pezzo in cui Pippo Baudo “era la Dc” metto mano al parrucchino». Sbaglio o uno di quei pezzi l’ha scritto lei?

Gianni Santi

Caro Gianni,

Pippo Baudo non era semplicemente la Dc, era un’Italia di mezzo, garbata, educata, colta ma preoccupata di non sembrarlo per non diventare antipatica, e in ogni caso mai volgare. Comunque Michele Masneri è un fuoriclasse e ha ragione quando, nel suo articolo, scrive che non ci sono molti motivi per avere nostalgia della Dc. Non ho molta nostalgia in generale della Prima Repubblica: la Repubblica dei partiti. In particolare gli anni 80 per la Democrazia cristiana non sono certo stati brillanti. I tempi di De Gasperi e Fanfani erano già molto remoti. Ricordo una poesia di Michele Serra in morte della Dc, in cui ricorda scandali e delitti, «il pigiama sforacchiato di Ligato» (il presidente delle Ferrovie preso a pistolettate), ed evoca le stragi di Stato: «Il segreto della morte traditora/ se lo porta nella tomba la Signora». Tuttavia dobbiamo considerare anche quello che è venuto dopo. Abortito il tentativo di creare un sistema bipolare basato sui collegi uninominali, abbiamo una classe politica nominata dai capi partito. Anche quest’estate non ci siamo fatti mancare nulla. Da una parte un ministro dell’Industria che pensa che «factory» in inglese voglia dire fattoria, e un ministro della Salute che rischia il posto per aver difeso i vaccini. Dall’altra una sinistra vacua e inconcludente, che ha perso il contatto con le classi popolari e non ha capito che il suo spazio politico è la tutela del ceto medio. Tutto questo ovviamente si riverbera anche sulla cultura e sullo spettacolo. In una parola, Pippo Baudo era meglio di Pino Insegno.