Temperature in rialzo, dalla scorsa settimana, a Piazza degli Affari. L’esito dell’assemblea di Mediobanca, con i soci che hanno detto «no» all’acquisizione di Banca Generali, pone ora tutta l’attenzione sui prossimi quindici giorni. Da qui all’8 settembre si andrà infatti a concludere l’offerta pubblica di scambio voluta dal Monte dei Paschi di Siena sulla totalità delle azioni di Mediobanca stessa. Un’operazione capace di rivoluzionare gli assetti finanziari del Paese, aprendo a una serie quasi infinita di interrogativi per le correlazioni che porta con sé.

Mediobanca, infatti, è la prima azionista delle Assicurazioni Generali (854 miliardi di risparmio prevalentemente italiano in gestione), uno dei poli dell’asset management nazionale. Ma nel corpo azionario di Mps trovano spazio anche il Banco Bpm, che con la controllata Anima ha in portafoglio il 9 per cento e soprattutto la finanziaria Delfin e il gruppo Caltagirone entrambe con una quota di poco inferiore al 10 per cento. A questi azionisti privati si affianca il primo azionista della banca senese, il governo italiano attraverso il Mef, che la salvò nel 2017 con una imponente iniezione di liquidità e che oggi controlla l’11,7 per cento del capitale. È proprio la presenza della mano pubblica che catalizza le maggiori critiche all’operazione. Il governo condiziona il mercato, si sente dire. Ma bisogna anche intendersi su cosa sia «il mercato». Non ne esiste uno buono e uno cattivo a seconda delle personali convenienze. Forse che Eni ed Enel non sono soggetti di mercato a causa della presenza nel capitale di una importante quota pubblica? O forse che i rapporti commerciali esistenti con grandi istituzioni finanziarie internazionali come BlackRock non ne condizionano la vision? L’operazione Mediobanca, voluta da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps è ancora tutta da decidere. E conterà non solo il risultato finale (vinto? Perso?), ma anche lo score: 35 per cento di azioni conferite? 51 per cento? 67 per cento? Il futuro dipende da queste risposte.