Non ha sempre sognato di fare il regista Gabriele Muccino, ma dal giorno in cui lo ha capito non ha potuto più fare a meno del cinema. “Lo faccio perché mi riempie la vita che senza il mio lavoro sarebbe depressa e squallida. Quando mi sono trovato in un momento di cupezza in cui mi pareva di non riuscire a sciogliere le matasse nelle quali mi ero aggrovigliato, il cinema mi ha consentito di trasformare tutto quel nero in un film, a trovare l’ordine nel caos, a salvarmi” racconta dalle pagine de Il Messaggero.
Di certo lo ha aiutato a capire come esprimersi, lui che da ragazzino ha fatto i conti con alcune fragilità: “Mi sono reso conto che avevo dei limiti e che essere balbuziente rappresentava una barriera enorme: mi faceva sentire inadatto, non considerato e soprattutto non ascoltato”. Con un colpo di teatro non da poco, invece, anni più tardi sarebbero stati in molti ad ascoltarlo attraverso le sue opere. Il successo de “L’ultimo bacio”, ad esempio, fu clamoroso. Un successo divisivo tra chi amava e chi ‘odiava’ Muccino: “La polarizzazione fu la principale ragione degli incassi, dall’altro contribuì a diffondere una vulgata cattiva che mi investì e suggerì ai maestri, che fino al giorno prima mi avevano supportato, di mollarmi”.








