Quando Simone de Beauvoir incontra Franco Califano e le corna deflagrano tra le costine dei romanzi Adelphi e il catalogo Alpitour, Le cose non dette (dal 29 gennaio in sala) è la nuova fatica, proprio fisica e corporea, che consacra il Muccino touch dopo vent’anni di onorato servizio di esagitazione formale. Il movimento di macchina a precedere la corsa, con urla e strepiti nello scapicollarsi a perdifiato di tutti i personaggi muccianiani (uomo o donna, vecchio o giovane, poco importa), tocca il suo apice tra i dedali marocchini tutti simili di Tangeri, dove è ambientato sostanzialmente l’intero film. Più de L’ultimo bacio, più di Ricordati di me, più di A casa tutti bene, l’ideologia stilistica dell’esagitazione trova il suo habitat privilegiato in un frenetico discorso di doppia coppia, più figlia e amante (al pepe, si diceva nelle commedie sexy anni Ottanta) che cercano di ritrovare il bandolo della matassa esistenziale in un momento di crisi sentimentale e affettiva.

Il cinquantenne Carlo (Stefano Accorsi, stranamente ricciolino e modello Lou Ferrigno) è un ordinario di filosofia alla Sapienza che sembra in crisi creativa (scrive anche romanzi), ma non fa altro che coprire alla moglie Elisa (Miriam Leone, giornalista di grido a Vanity Fair, anch’essa senza più bussola professionale) la tresca con Blu (Beatrice Savignani), una sua assatanata studentessa che fa anche la cameriera in un ristorante dove spesso lui ed Elisa vanno a cena assieme alla coppia di amici Paolo (Claudio Santamaria, bonario e fesso amicone di Carlo) e Anna (una ferocissima Carolina Crescentini), anch’essi ai ferri corti con Paolo che ha un debole silente per Elisa. E se Carlo ed Elisa sembrano essere in crisi perché non riescono ad avere figli, Paolo e Anna hanno una figliola, la tredicenne Vittoria (Margherita Pantaleo), che sembra uscita da un film horror.