Caricamento player

Giovedì, a sorpresa, a Milano è cominciato lo sgombero dello storico centro sociale Leoncavallo, uno dei luoghi di aggregazione popolare più attivi e partecipati della città. Non è chiaro cosa succederà adesso allo stabile occupato, e quindi nemmeno al Dauntaun, lo spazio sotterraneo che all’inizio degli anni Duemila fu un punto di riferimento per la scena artistica e musicale underground milanese, e che un paio d’anni fa ha ricevuto la tutela della Soprintendenza per le opere di street art che contiene.

Il Dauntaun deve il suo nome alla parola inglese che significa “centro città” (downtown) ma può essere inteso anche come “città di sotto”. Dalla rampa di scale a tutte le sale a cui conduce è decorato con poster, stencil e graffiti: sono circa 400 metri quadrati sotto l’ex cartiera di via Watteau, che si trova nella parte nord di Milano e che fu occupata nel 1994. Come ha detto al sito Another Scratch In The Wall Marco Teatro, uno degli artisti più noti della scena indipendente milanese, il Dauntaun è «una capsula del tempo».

La sua storia comincia nel 2003 con il nono Happening Internazionale di Arte Underground (HIU), una manifestazione dedicata alle arti visive curata proprio da Teatro, in un periodo in cui la street art stava già attirando grandi attenzioni. Fu allestita una mostra sulla street art dagli anni Ottanta ad allora curata da Pao, che a Milano è conosciuto per i panettoni (cioè i dissuasori stradali) decorati con i pinguini. Coinvolse sia artisti già noti sia altri che lo sarebbero diventati, che riempirono le stanze del Dauntaun di installazioni, stencil, adesivi, poster e graffiti a spray o pennello: tra di loro c’erano Vandalo, Atomo, Paolo Buggiani, lo stesso Teatro e Shah, la prima writer italiana, oltre a Microbo, Ozmo, SeaCreative, un giovane TvBoy e Zibe, noto per il faccione in bianco e nero del protagonista del telefilm degli anni Ottanta Il mio amico Arnold, che al tempo in città si trovava un po’ ovunque.