«I cinesi sono pronti a inviare peacekeepers in Ucraina perché si sentono potenti, lo sono e vogliono essere della partita». Per l'ambasciatore Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina e ambasciatore in Cina, «È anzitutto una questione di status, poi vogliono evitare lo schema "Kissinger ribaltato", il contenimento attivo di Washington e Mosca nei confronti di Pechino, e prolungare la dipendenza della Russia dalla Cina: il sostegno che i cinesi hanno dato finora, ricambiato da prezzi bassi dell'energia».

È una questione di prestigio internazionale?

«Sì. Per dimostrare di non essere isolato, Putin, prima di incontrare Trump, si è consultato con i Paesi emergenti Brics, proprio come Zelensky si era consultato con gli europei. E la Cina ci tiene a mantenere la Russia nella sua orbita. Dopo il vertice di Anchorage, Pechino non vuole restare fuori dal negoziato sulle sfere d'influenza. Quello tra Russia e Cina resta però un matrimonio di convenienza, non d'amore. C'è competizione nel centro Asia: la Via della Seta incide in un'area che i russi considerano propria e a turbare i russi c'è l'erosione progressiva della Siberia da parte dei cinesi. Il fatto è che Pechino non vuole che Mosca si riavvicini a Washington».