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Il simbolo dell’illegalità venduta (dalla sinistra) come aggregazione, cultura, socialità. Dopo 31, interminabili anni, 14 governi e 133 tentativi di sfratti, il Leoncavallo è stato finalmente sgomberato. Un’operazione di polizia chirurgica, precisa, svolta nella massima serenità e senza l’uso di forzature o violenze, coordinata dal prefetto di Milano Claudio Sgaraglia. La storia del Leoncavallo inizia il 18 ottobre 1975, quando un’area dismessa di 3600 metri quadrati, situata in via Leoncavallo 22 a Milano, viene occupata da un gruppo di militanti extraparlamentari provenienti da diverse esperienze interne al ’68. Parallelamente, nasce l’associazione mamme antifasciste del Leoncavallo e nel settembre 1994 (dopo lo sgombero della sede originaria) i militanti occupano una ex stamperia sita in via Watteau n. 7, di proprietà della società L’Orologio s.r.l.
Milano, via allo sfratto del Leoncavallo. Salvini: "Illegalità tollerata, ora si cambia"
Nel 2001 vengono avviate le azioni giudiziarie per la sua liberazione. La condanna a rilasciare l’immobile, dopo i vari gradi di giudizio, diventa definitiva con una pronuncia della Cassazione del 2010. La proprietà nel frattempo ha citato in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno per il risarcimento dei danni a seguito del mancato sgombero. La Corte di Appello di Milano, con sentenza dell’ottobre 2024, ha condannato il Viminale al risarcimento di oltre tre milioni di euro. Lo sfratto era stato notificato per il 9 settembre, ma è stato anticipato a ieri mattina, dopo le 7 e 30, per motivi logistici e di sicurezza. Gli agenti di polizia non hanno trovato nessuna persona all’interno del centro sociale. All’ispezione ha partecipato l’ufficiale giudiziario e l’avvocato della proprietà, l’immobiliare Orologio della famiglia Cabassi.













