La morte in diretta streaming di Jean Pormanove, il content creator francese che in passato si era già sottoposto volontariamente a sevizie trasmesse in tempo reale, non è drammaticamente niente di nuovo. Nel 2023 una youtuber cinese morì davanti alle telecamere nel disperato tentativo di perdere peso, e nello stesso anno, quasi in un tragico contrappasso, un’altra influencer morì a causa di una dieta per non ingrassare.

Altre challenge autolesionistiche o pericolose — e dagli esiti mortali per chi le compie — sono diffuse da tempo e rappresentano il segno della normalizzazione della morte in diretta.

Senza voler scadere in facili sociologismi o analisi psicologiche da bar, è innegabile che stiamo iniziando a pagare il conto del vivere il rapporto con la realtà tramite la mediazione di uno schermo —tema affrontato, nel silenzio dei più, già da oltre vent’anni. A questo vanno aggiunte le conseguenze dell’avere trasformato la violenza in una pratica quotidiana sia dal punto di vista passivo (esposizione a video e notizie presentate in modo truculento), sia da quello attivo (pratica di “giochi” che non lasciano nulla all’immaginazione quando si tratta di accoltellare, sparare e far saltare in aria).