Jean Pormanove, JP per i follower, Raphaël Graven per il mondo normale da cui era uscito da tempo, è morto la notte di lunedì a 46 anni in diretta social. Le centinaia di migliaia di follower che seguivano da dodici giorni l'ennesima sfida di uno degli streamer più noti di Francia se ne sono accorti forse prima dei tre coprotagonisti che gli dormivano vicino, tutti membri del collettivo di videasti Lokal.
Dal pubblico niente lacrime, ma molti emoticon: fantasmini e teschi che volavano sopra il corpo esanime, appena nascosto da una coperta bianca. JP è morto dopo 298 ore di streaming, quando mancavano 4 mila euro al traguardo dei 40 mila che si erano dati come obiettivo della sfida social i quattro streamer. Oltre a Pormanove, un ragazzo con problemi mentali, «Coudoux», anche lui relegato al ruolo di vittima, e poi «Naruto» e «Safine», perfetti nel ruolo di torturatori, vessatori e bulli. Un vero «business della violenza online», secondo alcuni: un'Arancia meccanica in diretta, condita dagli smile dei follower, che però funzionava a gonfie vele.
La procura di Nizza ha aperto ieri un'inchiesta, la ministra francese per l'Economia Digitale Clara Chappaz ha denunciato un «orrore assoluto» e ha chiesto l'intervento dell'autorità di regolazione della comunicazione audiovisiva e digitale (Arcom). Nemmeno un sms che Pormanove aveva inviato alla madre, letto in diretta tra le risate dagli altri che gli avevano strappato il telefonino, aveva suscitato pietà: «Mamma, mi sembra di essere sequestrato, voglio andarmene», aveva scritto JP. E la madre gli aveva risposto: «Hai una brutta faccia, sei dimagrito». Ma JP non era sequestrato: come tanti altri protagonisti degli stream in tempo reale, viveva da anni in diretta. Un «lavoro» che si era scelto. Un Grande Fratello perpetuo che si era imposto e che rendeva.












