di
Matteo Castagnoli
Da 31 anni la proprietà chiede alla Prefettura di perfezionare lo sgombero, nonostante la mediazione (fallita) del Comune. A novembre del 2024 i giudici avevano condannato il ministero dell’Interno a pagare 3 milioni di euro al gruppo Cabassi
L’ultima esecuzione di sfratto del Leoncavallo risaliva allo scorso 15 luglio. Il prossimo appuntamento era stato fissato invece per il 9 settembre, prima dell’esecuzione a sorpresa nella mattina di giovedì 21 agosto. Una storia lunga oltre 30 anni, in via Watteau, nel quartiere Greco a nord di Milano, con oltre 130 rinvii di sfratto. A novembre di un anno fa i giudici avevano condannato il ministero dell’Interno a pagare 3 milioni di euro al gruppo Cabassi - proprietario dell’immobile - per essere stato «inadempiente» per un’occupazione durata dal 1994. La proprietà ha più volte chiesto alla Prefettura di «liberare» la struttura. Procedura però mai portata a termine, prima per «ragioni di ordine pubblico», poi perché negli anni il Comune aveva tentato una mediazione con i Cabassi.
Mediazione non andata a buon fine. Finché poi è arrivata la decisione della Corte d’appello a imporre una svolta. Il Viminale, come ha stabilito la sentenza, ha versato ai Cabassi i 3 milioni di euro come risarcimento per il mancato sfratto. Il ministero aveva però chiesto il rimborso a chi da anni occupava il centro sociale, notificando un’ingiunzione di pagamento all’associazione Mamme Antifasciste del Leoncavallo, nella persona della sua presidente Marina Boer. «Ovviamente questi soldi non ci sono», avevano sottolineato le Mamme del Leonka.











