Il tormento dei gufi, che da tre anni sperano nella tempesta finanziaria per cacciare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi, sta superando i livelli di guardia. Prima le conferme e le promozioni arrivate dalle agenzie di rating. Poi lo straordinario successo delle emissioni di titoli di Stato dedicate ai risparmiatori. Come non bastasse, lo spread con i Bund tedeschi da quando il centrodestra è al governo è sceso da 240 a 80 punti. E allo stesso tempo si è praticamente azzerato (da 200 a 11 punti) il differenziale con Parigi, che malgrado le sue scintillanti A (di rating) sul petto e un debito inferiore al nostro viene ormai considerato dagli investitori un porto meno sicuro del nostro. L’ultima beffa per i profeti di sventura arriva dalle sale operative di Piazza affari. Spinto dai venti di pace che hanno messo benzina a tutti i listini del Vecchio continente il FtseMib, udite udite, ha superato quota 43mila punti, livello che non si raggiungeva dal 2007.

In pratica, la Borsa ha azzerato tutte le perdite della devastante crisi dei mutui subprime del 2008 (Lehman Brothers & C) e la terribile bufera del 2011 che ha addirittura fatto vacillare l’euro (ricordate il whatever it takes di Mario Draghi?). Per chi vede il baratro dietro l’angolo e da mesi annuncia l’apocalisse non è un momento facile, bisogna ammetterlo. Anche perché i dati positivi si accavallano ormai senza soluzione di continuità. Dopo aver gelato i gufi qualche giorno fa, segnalando che la quota di debito in mano agli investitori esteri è tornata al livello del 2011, ieri Bankitalia è tornata sul luogo del delitto, snocciolando il suo bollettino della bilancia dei pagamenti con l’estero, che ha segnato a giugno un surplus di 26,1 miliardi. Ebbene, gran parte di quelle somme spese in Italia sono finite proprio sui Btp.