Warfare-Tempo di guerra è la conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che ad oggi nessun regista è capace come Alex Garland di andare lì dove nessun altro osa, di cambiare le regole del gioco, di essere un perfetto esempio di innovazione cinematografica. La battaglia di Ramadi, l'Iraq del 2006 fatto di follia, proiettili e sangue ci travolge in un film tecnicamente eccezionale, capace di riportare il concetto di incertezza, paura, tensione al centro di tutto, di staccarsi completamente dal war movie hollywoodiano.Un gruppo di soldati assediati nell'inferno di RamadiWarfare è un film atipico fin dalla sua genesi, che vede Alex Garland collaborare con Ray Mendoza, ex Navy SEAL, investe di co-sceneggiatore e anche co-regista, e già da questo si capisce quanto si insegua un realismo totale, una fedeltà assoluta a ciò che Mendoza ha vissuto lì, a Ramadi, uno degli angoli più infernali dell'Iraq in guerra. Protagonisti sono due plotoni di Navy SEAL, che in quel novembre del 2006 devono occupare due case, abitate da famiglie irachene, stabilire un posto d'osservazione, individuare eventuali ribelli e unità nemiche, per supportare l'offensiva generale dei Marines. Un plotone è comandato da Erik (Will Poulter), e ne fanno parte i soldati Elliot (James Cosmo), Tommy (Kit Connor), Mac (Michael Gandolfini), Sam (Joseph Quinn) e l'addetto al collegamento radio Ray Mendoza (D'Pharaoh Woon-A-Tai). Sono carichi di equipaggiamento, armi, hanno il plotone gemello in collegamento radio ma per il resto sono soli. Si sistemano in quella casa, con una famiglia atterrita che non sa cosa gli potrà succedere, mentre la città pare assistere ignara e passiva ad un confronto, che Warfare fa crescere di minuto in minuto. L'attesa della guerra è essa stessa la guerra, è sempre stato così, sarà sempre così e questo film fin dall'inizio decide di renderla la grande protagonista. Quando scoppia l'inferno e l'unità comincia a essere bersagliata, alcuni uomini feriti, ci si rende conto che nulla andrà come si pensava. L'evacuazione non sarà semplice ed in breve quel gruppo di soldati, si troverà costretto a lottare per la propria vita, stretto d'assedio da un nemico che Garland rende invisibile, infido, pericoloso, implacabile, eppure privo di un vero volto, di una vera voce.Come i droni a fibra ottica stanno cambiando la guerra in UcrainaGallery9 Immaginidi Vincenzo Leone e Alina PoliakovaGuarda la galleryLe guerra in Medioriente successive all'11 settembre e che hanno stravolto l'America e lo scenario internazionale, sono finite già sul grande schermo in opere cinematografiche di grande caratura artistica. Si va da American Sniper di Clint Eastwood, a 13 Hours: The secret Soldiers of Bengazi di Michael Bay, per poi passare a The Outpost di Rod Louire, Nella valle di Elah di Paul Haggis e The Hurt Locker di Kathryn Bigelow. Ma questo film è un discorso a parte, è un'opera cinematografica con cui Alex Garland dimostra ancora una volta di essere capace di recuperare le lezioni dei grandi maestri del passato, per creare qualcosa di nuovo, di rivoluzionario. Warfare nella sua essenza di assedio tambureggiante, di assedio senza scampo, ha qualcosa di Distretto 13 di John Carpenter, può far tornare alla mente anche Il Grande Uno Rosso di Sam Fuller, Black Hawk Down di Ridley Scott. Sarebbe invece un errore pensare che abbia molti punti in comune con Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, perché concettualmente è un'opera completamente diversa. Per quanto vi siano similitudini nella rappresentazione della guerra come movimento perenne, Alex Garland non ama la dimensione colossal, quanto piuttosto quella fatta di primissimi piani, dettagli, luci ed ombre per stringerci dentro un labirinto claustrofobico, dove la guerra si ascolta più che essere vista. In questo, Warfare strizza molto più l'occhio a Dunkirk di Christopher Nolan, con l'assenza che diventa presenza, l'invisibile che schiaccia il visibile, il tempo che diventa nemico e tiranno dei protagonisti. Detto questo, non mancano scene di grande impatto visivo, ma da war movie, in breve il film di Garland diventa più un survival.Un racconto in armi fatto di invisibilità, paura e tensioneAlex Garland il nemico lo rende simile agli indiani di John Ford, sono annunciati dai suoni, non tamburi tribali ma proiettili e prima ancora il silenzio, quel silenzio che preannuncia una tempesta senza scampo. Siamo distanti naturalmente dalla retorica action a stelle e strisce di 12 Strong, Lone Survivor o Act of Valor, non esiste valore o coraggio, esiste solo il caso, il caos, la guerra per Garland è la mancanza di controllo e logica. Straordinaria come sempre nella cinematografia di Garland l'estetica, con la fotografia di David J. Thompson che esalta i colori bruniti di mattoni, muri, polvere, degli interni che avvolgono corpi martoriati, urla, il sangue, la disperazione crescente. Warfare ci fa sentire il caldo opprimente, lo stress di questi uomini sempre più convinti che nessuno verrà a salvarli, che quella casa diventerà la loro tomba. Perfetto il montaggio di Fin Oates, che permette a Garland di dare un ritmo sincopato e fluidissimo all'insieme. Quasi assente la colonna sonora, e anche questo è un elemento di grande intelligenza, visto il fine dichiarato di riportare in vita veri uomini, veri scontri, la vera guerra per come il pubblico non l'ha mai veramente vista in questi anni. Se con Civil War Garland ha messo il punto sul probabile futuro dell'America, creato una metafora distopica ma non così immaginifica su un paese distrutto delle proprie divisioni, qui invece ci parla del suo peccato di inizio secolo. Un film politico? In modo indiretto ma certamente, per quanto paradossalmente, essendo un motore che va sempre a mille, si allontani da qualsiasi analisi nel merito, e non potrebbe essere altrimenti.Questi cinque film avevano previsto e raccontato gli Stati Uniti sull'orlo di una guerra civileGallery5 Immaginidi Giulio ZoppelloGuarda la galleryWarfare è la negazione dei dettami hollywoodiani, della spettacolarizzazione che ha reso il war movie un concentrato di adrenalinica retorica. Solo Jarhead di Sam Mendes era riuscito in qualcosa di simile. Sarebbe un errore anche pensare a eventuali connessioni con il mondo videoludico, dal momento che pure questo è una modificazione della realtà, quella che Garland con piglio semi-documentaristico qui ci offre. L'America ha distrutto l'Iraq, l'Afghanistan e una corposa fetta di mondo, continua a farlo direttamente o indirettamente. A pagarne il prezzo i civili atterriti ridotti a pura passività, questi ragazzi in divisa che non hanno che l'illusione di un controllo, spazzata via da proiettili e solitudine. Un film potentissimo, un film perfetto per farci comprendere la tragicità dell'esperienza in armi, quella che troppo spesso glorifichiamo. Potrà piacere o non piacere, ma è indubbio che sia una prova di regia assolutamente incredibile, un racconto coerente, sorprendente, un affresco bellico tanto umile, quanto importante nel togliere di mezzo tutto quello che perde completamente di valore, quando i proiettili cominciano a fischiare. Anche rispetto ad opere come Va e Vedi di Klimov o l'ultimo (abbastanza sopravvalutato) Niente di nuovo sul fronte occidentale di Edward Berger, Warfare può rivendicare una genuinità, una capacità di immersiva che hanno poco da invidiare ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola o Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Naturalmente, come per Civil War, anche questo film verrà ignorato dall'Academy, quasi a confermare la natura scomoda e atipica di Alex Garland rispetto agli standard hollywoodiani.
Con Warfare Alex Garland ci mostra la Guerra come nessun altro prima
Dopo Civil War dell'anno scorso, il regista più sorprendente della sua generazione torna in sala con un film che stravolge le regole del genere. Dal 21 agosto al cinema






