Sono passati ormai più di quarant’anni dal grande momento di fulgore e potere di Baudo, è vero. E Super-Pippo è arrivato alquanto mestamente a quota novanta, distanze che un po’ spiegano l’eccesso di benevolenza postuma negli alti lai radiotelevisivi e mediatici. Ma da qui a perdere davvero il senso della realtà, con Pippo-santo-subito, il passo è lungo.

Si è sentito l’elogio persino dell’umiltà del defunto, decisamente una dote che nemmeno sapeva cosa fosse. E, soprattutto, si è disconosciuto il ruolo chiave giocato dal presentatore nell’Italia degli anni Ottanta, ultimo scorcio del regime democristiano, e nell’affermazione del ruolo centrale della televisione, di quella sorta di ribaltamento del rapporto con la politica che aprirà poi la strada al ventennio berlusconiano.

Al culmine del successo Baudo, grazie alla sua egemonia plurima sul palinsesto di un’ancora titanica Raiuno (Domenica in, Sanremo e vari show), era un padre-padrone di un’imbarazzante arroganza e prepotenza. Lo sanno benissimo tutti coloro i quali hanno avuto la disgrazia di doverci lavorare o di averci a che fare. Comandava talmente, intrigando con indiscussa abilità soprattutto nel centro e nei centri del potere pubblico, che il direttore generale stesso della Rai, Biagio Agnes, se ne adontò al punto di decidere di metterlo ai margini dopo la breve stagione del ‘tradimento’ con Mediaset. Agnes s’inventò addirittura la scusa del fatale incontro con una vecchietta che lo fermò invocando il rientro di Baudo alla cerimonia per i morti il 2 novembre nel cimitero avito di Serino, ‘tanto adda’morì anche tu Biagione’, pur di giustificare il via libera – pur tardivo – al ritorno del figlio prodigo in Rai.