Sono stati sei anni che hanno cambiato il mondo, e anche l'Urss. Il mondo sicuramente in meglio, l'Urss forse in peggio. In estrema sintesi, questo potrebbe essere il bilancio dell'era di Gorbaciov. E' stata un'era non lunghissima, ma di un'intensità senza pari nella storia di quel grande paese. Non per caso da un punto all'altro del pianeta essa è stata vissuta come una rivoluzione, spazzando via a poco a poco, e sempre più decisamente, nella coscienza di decine, forse centinaia di milioni di uomini, l'altra rivoluzione, quella che aveva fatto del Cremlino il motore della più straordinaria utopia di questo secolo.

Mikhail Sergeevic ne è stato l'artefice universalmente riconosciuto. Ma anche la vittima. E il mondo, che l'aveva salutato, seguito e amato, oggi è percorso da un fremito di inquietudine che non ha precedenti in questi ultimi decenni. Quando, alla fine del febbraio del 1986, Gorbaciov lanciò dalla Tribuna del Congresso del Pcus l' idea della perestrojka, d'istinto nel mondo la tendenza prevalente non fu tanto quella di dargli credito ma sicuramente quella di guardare a lui come a una luce di speranza. Credo che egli ne fosse consapevole. Difficile stabilire se fosse consapevole anche del fatto che il suo fosse, invece, il solo paese a reagire senza entusiasmo alcuno, anzi al limite dell'indifferenza.