Il momento è cruciale.

E il timore che ci possano essere "sorprese" aumenta di conseguenza. Ma Giorgia Meloni parte per Washington con la convinzione che lo "spiraglio" aperto dall'incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin possa portare a qualche risultato concreto che al momento ancora non si vede. Continuando a mantenere quella "unità" dell'Occidente predicata fin dal primo momento, e continuando a lavorare a fianco agli Stati Uniti, si potrà arrivare a quella pace "che assicuri la sovranità e la sicurezza" di Kiev, che è obiettivo italiano, europeo e ucraino.

Due le premesse imprescindibili, come ha sottolineato Palazzo Chigi al termine della call dei Volenterosi, preparatoria del vertice allargato alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky: nessun passo "senza" Kiev, che dovrà essere "coinvolta in ogni decisione relativa al suo futuro". E "solide e credibili" garanzie di sicurezza per l'Ucraina. Passando per quel meccanismo "modello articolo 5" della Nato che è l'idea che Roma ha proposto fin dalla prima riunione della Coalizione convocata da Emmanuel Macron a Parigi, non si stancano di ripetere nella maggioranza e nell'esecutivo. Proposta su cui il primo a essere sempre freddo è stato proprio il presidente francese, che ancora puntualizza che "un articolo teorico non è sufficiente" e va accompagnato da "un esercito ucraino forte". Ma non ci sono "contrasti", puntualizzano i fedelissimi della premier, perché le due cose non si escludono. Altro sarebbe inviare truppe sul confine est dell'Ucraina, ma ora non è il tempo delle divisioni. Rimanere "uniti" è fondamentale.