Una vita passata a raccontare i sogni degli altri – il cinema di Fellini, la musica di Conte, i fumetti di Pazienza – e ora, una vita raccontata attraverso i propri ricordi, che si fanno “più chiari e limpidi” proprio ora che la vista se n’è andata. Vincenzo Mollica, per quasi mezzo secolo l’uomo dello spettacolo del Tg1, si è concesso in una lunga e toccante intervista al Corriere della Sera, un viaggio tra aneddoti esilaranti, dolori privati e una filosofia di vita incrollabile.

Il cuore del suo racconto è il legame profondo con Andrea Camilleri. Un’amicizia nata a metà degli anni ’90 e diventata ancora più forte quando entrambi hanno iniziato a perdere la vista. “Affrontammo questa lunga discesa agli inferi oculistica praticamente assieme”, ricorda Mollica. “Una quindicina di anni fa, avendo capito che cominciavo ad aver problemi, mi fece: ‘Vincenzino, tu come vedi?’. E io: ‘A sinistra per niente, a destra mi arrangio’. Così, le volte successive che ci incontravamo, la domanda era sempre la stessa: ‘Vincenzino, com’è oggi? Penombra o luce piena?'”. Quando per entrambi la penombra è diventata buio, Mollica gli chiese se potesse esistere “una specie di arte del non vedere“. La risposta di Camilleri, racconta, “è la lezione che mi accompagna ancora oggi, tutti i giorni: ‘Sentirai i sapori e i profumi come non li hai mai sentiti. E, soprattutto, i sogni e i ricordi avranno un colore che così chiaro e limpido con la vista non lo puoi vedere‘. Aveva ragione”. Ricorda l’ultimo incontro, poco prima dello spettacolo su Tiresia, l’indovino cieco. “Avendo sentito che ero arrivato, Camilleri urlò verso di me: ‘Vincenzino, vieni che ti voglio abbracciare!’. E io, che stavo a pochi passi: ‘Sempre se ci incontriamo, Andrea…’. E se non risultasse troppo sarcastico, potrei dire che fu l’ultima volta che lo vidi”.