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Ogni anno a scuola, quando arrivo al periodo storico-letterario in cui il Novecento si scontra con la Seconda guerra mondiale, mi chiedo se far leggere La fattoria degli animali. Ogni anno ripenso a tutte le volte in cui l’ho fatto senza interrogarmi sulle possibili reazioni dei ragazzi. A quando l’avventatezza e l’entusiasmo mi hanno spinta ad assegnare il romanzo anche alle classi inferiori alla quinta liceo – in quel caso la mia delusione è stata più cocente, ma in fondo me l’ero cercata. Perché ogni anno, anche in quinta liceo, la maggior parte dei feedback delle mie studentesse e studenti oscilla tra l’insoddisfazione e la perplessità: si annoiano, il libro è troppo lungo, dal titolo credevano che si trattasse di una favola, perché una fattoria?, obsoleta l’ambientazione, carini gli animali, simpatico il gatto, ma è una lettura tutto sommato lenta e pesante.

Nonostante i necessari chiarimenti introduttivi sul contesto politico e culturale dell’epoca, in genere le studentesse e gli studenti preferiscono 1984. E anche io ammetto, con una certa dose di vergogna, che per molti anni nella mia personale costellazione dei libri di Orwell la stella di La fattoria degli animali ha brillato di una luce più opaca rispetto a quella di 1984, che aveva scavato immediatamente un solco e non aveva avuto bisogno di essere lasciato a sedimentare: in 1984 tutto mi era apparso subito molto chiaro, come se una lampadina rotta, dentro di me, avesse ricominciato a funzionare.