«Che Steve Witkoff abbia capito male?» Mentre Vladimir Putin se ne tornava a Mosca felice per aver ottenuto, oltre alla riabilitazione, un’accoglienza affettuosa, senza concedere nemmeno il cessate il fuoco fissato alla vigilia da Donald Trump come obiettivo minimo per il vertice, vari analisti si sono chiesti se sulla frettolosa e approssimativa organizzazione del summit di Anchorage non abbia pesato anche l’inesperienza del palazzinaro del Bronx trasformato dal presidente Usa in suo inviato speciale nelle zone calde del Pianeta. La Casa Bianca nega che Witkoff abbia letto nelle parole di Putin una sua inesistente volontà di ritirarsi da Kherson e Zaporizhzhia o che l’inviato del presidente si sia fatto mettere nel sacco dai vecchi volponi del Cremlino. Comunque tutto quanto emerso durante l’incontro-lampo di Anchorage va a favore del presidente russo. Trionfale il tono della portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova: «Per tre anni l’Occidente ha parlato di una Russia totalmente isolata, salvo vedere oggi un bel tappeto rosso srotolato dagli Stati Uniti sotto i piedi del presidente russo». Non solo il tappeto e l’applauso di Trump al leader ricercato dal Tribunale penale internazionale. Oltre la liturgia, c’è la sostanza.