Col furgone di zio Nello portavamo il cinema nelle contrade d’Abruzzo. Dopo quattro ore di Sergio Leone ci dissero: tornate con qualche altro film
di Donatella Di Pietrantonio
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Era la prima volta che il cinema arrivava nei paesi. Arrancava su per i tornanti, ogni sera un comune diverso. Lo portavamo noi, sul vecchio furgone di zio Nello. Non era davvero un mio parente, ma stavo con suo nipote da un anno e lo chiamavo zio per gioco e per rispetto. Andrea lo aiutava e a me piaceva accompagnarli, seduta tra loro sulla vilpelle consumata. Nel vano del furgone avevamo caricato il proiettore, il telo e le due pizze del film, una per ogni tempo. Vivevo una delle mie estati più spensierate – terminati gli esami, la tesi quasi pronta – e non lo sapevo. Attraversavamo contrade così remote dell’Aquilano che anche un girovago come zio Nello riusciva a perdersi. Un pomeriggio ci siamo fermati davanti a una casa di campagna, una bambina seduta sulle scale mangiava la sua fetta di pane e olio, tutta sola. Dove ci troviamo, le ha chiesto Andrea. E lei, stupita: in Abruzzo. Erano gli anni 80, senza telefoni in mano e senza Google maps.
Quando il furgone entrava tutto surriscaldato nelle piazze dei borghi arroccati, era subito festa. Altri bambini ci circondavano: chi siete, cosa portate. Correvano a riferire la novità ai tavoli dei bar e alle famiglie. Eravamo un po’ ambulanti e un po’ maghi, zingari e illusionisti, con quella merce così speciale. Qualcuno dei paesani non c’era mai andato al cinema, soprattutto le anziane.








