Marah Abu Zuhri aveva vent’anni e meno di ventiquattr’ore fa era arrivata con la madre in Italia a bordo di un C130J dell'Aeronautica militare. All’aeroporto di Ciampino ad attenderla c’erano le ambulanze e le autorità, il terrore e la speranza. L’hanno portata in fretta all’ospedale di Cisanello, a Pisa. Non si muore di fame, a Pisa. È stata ricoverata «nell'unità operativa di Ematologia nella notte tra il 13 e il 14 agosto». Condizioni critiche, grave malnutrizione.

I medici insieme al «profondo cordoglio» raccontano di «un quadro clinico molto compromesso e uno stato di profondo deperimento organico». La cronaca dei medici continua. «Dopo avere eseguito i primi accertamenti necessari e iniziato una terapia di supporto, ieri pomeriggio si è verificata un'improvvisa crisi respiratoria e successivo arresto cardiaco».

«Scriviamo con urgente preoccupazione per la crescente carestia a Gaza e per il piano del governo israeliano di concentrare i civili in una cosiddetta “città umanitaria. Da esseri umani, economisti e scienziati, chiediamo l’immediata cessazione di qualsiasi politica che intensifichi la diffusione della fame. È chiaro che Hamas debba essere ritenuta responsabile per le atrocità del 7 ottobre e per la detenzione degli ostaggi. Tuttavia, ciò non esonera il governo israeliano che controlla il flusso e la distribuzione degli aiuti dalla propria responsabilità» scrivono Daron Acemoglu con ventidue colleghi, da Philippe Aghion a Joseph E. Stiglitz. «Quasi un terzo dei 2,1 milioni di residenti dell’enclave ha trascorso più giorni senza cibo. La fame diffusa è documentata da consegne di aiuti insufficienti, testimonianze dirette dei gazawi e dall’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari» continua la lettera. Chissà se anche dopo la tanta documentata quanto straziante morte di Marah Abu Zuhri qualcuno troverà ancora il coraggio di sostenere che no, quello che mezzo mondo urla senza essere ascoltato è solo una menzogna.