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La decisione di inviare e schierare 800 soldati della Guardia Nazionale a Washington DC è l’ultimo e più evidente esempio dell’intenzione del presidente statunitense Donald Trump di estendere i poteri delle forze armate federali su questioni di cui normalmente non dovrebbero occuparsi. L’operazione è coerente con la retorica di Trump e il modo in cui vuole mostrarsi – un presidente forte che prende i problemi di petto e detesta cincischiare su sicurezza e ordine pubblico – ma sta venendo molto contestata sia sul piano politico che su quello giuridico.

Sebbene sia comune in molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, negli Stati Uniti l’esercito federale non ha il compito di pattugliare le strade salvo in casi eccezionali, come i grandi eventi o le emergenze: le operazioni ordinarie di sicurezza e mantenimento dell’ordine pubblico sono svolte dalla polizia e in generale da forze che rispondono ai governi comunali o statali, e non a quello federale. Nel sistema statunitense l’esercito deve occuparsi di difendere i confini e proteggere interessi e persone statunitensi all’estero, anche combattendo.

Nonostante questo, fin dal suo primo mandato Trump ha detto di voler espandere l’utilizzo dell’esercito dentro i confini del paese; l’allora capo di gabinetto John Kelly, un ex generale, disse poi che uno dei suoi compiti più difficili era proprio dissuaderlo dal mettere in pratica questa idea. Anche durante l’ultima campagna elettorale Trump ha promesso più volte di schierare i soldati contro i migranti e contro i manifestanti; in questo secondo mandato ha scelto funzionari fedeli alla sua linea e poco inclini a contraddirlo.