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Ultimo aggiornamento: 8:47

Il suo sguardo è perso nel vuoto, il corpo stremato dalla fatica, la voce rotta da un dolore che non si può dire. Riesce a malapena a sussurrare la sua storia prima di abbandonarsi alle cure della Croce Rossa. “Avevo mia figlia di un anno e mezzo in braccio e mio marito era accanto a me, poi è successo l’inferno, non li ho più visti, la mia bambina mi è sfuggita, li ho persi entrambi”. È il racconto di una giovane donna somala, una dei 60 sopravvissuti all’ennesima, terribile tragedia dell’immigrazione avvenuta al largo di Lampedusa.

Un naufragio che ha un bilancio, ancora provvisorio, di 27 morti recuperati in mare e un numero imprecisato di dispersi: uomini, donne e bambini inghiottiti dalle onde. Dai racconti frammentari e disperati dei naufraghi, emerge la cronaca di un disastro annunciato. Erano partiti da Zwara, in Libia, su due diverse imbarcazioni, pagando fino a seimila euro per un viaggio che speravano li portasse in salvo. “Su una barca eravamo in 45, sull’altra in 52”, ricordano i superstiti a Corriere e Repubblica.

“Dopo un’ora di traversata, l’imbarcazione più piccola ha cominciato a imbarcare acqua. C’è stato il panico”. La barca si è rovesciata. Chi è finito in mare ha cercato disperatamente di salire sull’altro “legno”. Qualcuno ce l’ha fatta. Ma la seconda imbarcazione, già fatiscente e ora sovraccarica, non ha retto. Poco dopo, si è ribaltata anche quella: “L’altra però poi ha iniziato anch’essa ad imbarcare acqua”, racconta uno dei sopravvissuti ai volontari di Mediterranean Hope. Chi ha avuto la forza è rimasto aggrappato ai relitti, ma i più deboli sono stati portati via dal mare. Sul molo Favaloro, il sollievo per essere in salvo si mescola al dolore straziante per chi non c’è più. Le storie si rincorrono, una più tragica dell’altra. Un’altra donna somala dice di aver perso la sorella minore. Un ragazzo egiziano ha raccontato di aver perso lo zio e il cugino. Un altro piange l’amico con cui era partito.