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Le indagini del tribunale dei ministri sul caso Almasri hanno fatto emergere una gestione caotica del ministero della Giustizia, e hanno evidenziato il ruolo rilevantissimo che ha Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto di Carlo Nordio. Bartolozzi esercita la sua funzione con un piglio estremamente decisionista, motivo per cui Nordio la chiama spesso «la mia capa», o «la mia ministra»: e ciò che nelle parole di Nordio dovrebbe essere il riconoscimento di una grande competenza, e insomma una lode, è in verità, per molti funzionari dello stesso ministero, la certificazione di un’anomalia.

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Da questo punto di vista il caso Almasri – il generale libico liberato dall’Italia nonostante un mandato d’arresto della Corte penale internazionale – non è che la conferma di una situazione ben nota a chi segue i lavori del ministero. Ed è significativo che nell’ultimo anno e mezzo siano stati almeno sei i dirigenti di alto livello che si sono dimessi, in contrasto più o meno esplicito con Bartolozzi e in polemica con la tendenza di Nordio ad affidarle compiti inusuali per un capo di gabinetto.

Bartolozzi ha 55 anni, è una magistrata da oltre 25, e ha lavorato per lo più a Gela, la città siciliana dov’è nata e cresciuta da una famiglia di origine toscana, e a Palermo. Nell’estate del 2017 venne presentata a Silvio Berlusconi da Gianfranco Miccichè, allora leader di Forza Italia in Sicilia: Berlusconi la ricevette ad Arcore insieme al compagno di lei, Gaetano Armao, capo di un movimento autonomista e populista siciliano nonché assessore all’Economia e vicepresidente della regione, e decise di candidarla come capolista nel collegio plurinominale della sua provincia, con la certezza dell’elezione. Ben presto, però, sia Bartolozzi sia Armao iniziarono a muoversi in contrasto con il partito regionale e con lo stesso Miccichè, contravvenendo alle direttive di Forza Italia su alcune elezioni locali.