Una strada sterrata che taglia il parco Agricolo Sud, alla periferia di Milano. Campi, qualche trattore, una manciata di magazzini. Fino alla sbarra bianca e rossa di divieto di accesso in fondo a via Selvanesco: «Un anno fa sono arrivati, hanno tagliato i lucchetti e si sono sistemati qui con i camper», racconta Giuseppe, che con il suo mezzo fa su e giù in zona. Un piccolo accampamento nomade immerso nella vegetazione, circondato dai rifiuti e con vista su due auto incendiate. È qui che vivevano i quattro ragazzini che due giorni fa hanno investito e ucciso Cecilia De Astis: bambini cresciuti in un mondo a parte, in uno spiazzo di terra battuta tra sterpaglie e immondizia.
Non è un campo rom comunale, ma un assembramento abusivo su un terreno privato, dove da oltre dieci anni è un continuo via vai. C’era già nel 2013, quando un’ordinanza comunale ha disposto la demolizione delle baracche nelle quali abitavano 48 persone, tra cui 33 minori, nessuno ha accolto l’offerta di ospitalità presso i Centri di emergenza sociale. Altro intervento di evacuazione nel 2017: «In un’area adiacente al campo irregolare era stata allestita una sorta di discarica abusiva segnalata spesso per gli incendi, dove venivano smaltiti materiali di ogni genere, tanto da meritarsi la nomea di Terra dei fuochi», ricorda un abitante. Comunque tornano sempre, nonostante gli allarmi e le ripetute segnalazioni. «Chi ha le coltivazioni segnala furti di attrezzi agricoli e biciclette. Di fronte al mio magazzino c’è un motorino incendiato. E accanto al campo due auto date alle fiamme un paio di settimane fa, ci sono le carcasse», elenca Giuseppe. I rom sostengono che l’area sia loro, e a chi prova ad avvicinarsi rivendicano con insulti e minacce il diritto di occupazione. Stando a primi accertamenti il proprietario sarebbe in realtà un bosniaco che l’avrebbe messa a disposizione della comunità di cui fanno parte i quattro bambini pirati della strada. La presenza dei nomadi di via Selvanesco sfugge alle mappature ufficiali e anche ai radar di chi storicamente funge da cucitura con il territorio, come la comunità pastorale del Gratosoglio. «È una realtà che anche noi conosciamo poco, non abbiamo contatti. Il dramma accaduto ha sconvolto tutti, benché questo sia un quartiere abituato alle difficoltà», rimarca don Davide Bertacchi, da tre anni vicario parrocchiale. Sempre al Gratosoglio c’è il campo rom comunale di via Chiesa Rossa, con ordine di sgombero entro il 30 settembre comunicato la scorsa settimana: «Una suora vive all’interno, abbiamo un rapporto di collaborazione, celebriamo battesimi, matrimoni e funerali».












