ROMA – Su una cosa sono tutti d’accordo: la decarbonizzazione dell’ex Ilva di Taranto è la linea del Piave per il rilancio di quella che – finora – è stata l’acciaieria più grande d’Europa. Indietro non si torna: l’area a caldo non può più essere. Almeno stando all’intesa firmata a Roma da enti locali, ministero delle Imprese (Mimit) e dall’azienda in tutte le sue forme (da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria a Adi Energia). Il punto, però, è che il documento non è l’accordo di programma atteso: ne fissa i paletti e impegna le parti a siglarlo in futuro. E che i nodi, quindi, sono tutti ancora da sciogliere.
Ex Ilva, Taranto non si fida dell’intesa sulla decarbonizzazione: “Più tutele sulla salute”
di Pierfrancesco Albanese
13 Agosto 2025
A partire dal polo per il preridotto di ferro, il cosiddetto Dri, che consentirebbe all’azienda di mantenere un ruolo strategico per l’acciaio made in Italy. E il passo della sua capacità produttiva. Il patto firmato ieri lascia aperta la valutazione sui tre forni elettrici destinati al Dri, per i quali resta in pista l’ipotesi Gioia Tauro. Si vedrà «dopo il 15 settembre». Ovvero dopo la scadenza del nuovo bando pubblicato dal ministero la settimana scorsa, che fa della decarbonizzazione un obbligo e non più un optional per chi si aggiudicherà il siderurgico (o una sua parte: si prevede la possibilità di uno spezzatino). Anche l’ipotesi della nave rigassificatrice necessaria ad alimentare il Dri resta sullo sfondo.











