Una colonna di stile dorico, una statua del periodo tardo romano, un peristilio che si allarga verso il tramonto purpureo... e un gatto, sdraiato e dagli occhi semichiusi, perfettamente consapevole che negli scatti dei visitatori lui avrà una parte preponderante, come se le meraviglie circostanti non fossero che adeguati fondali per la sua presenza. Gatti e archeologia vanno d’accordo, anzi i siti sono luogo privilegiato per i felini e le loro colonie, così come per altre specie animali, dove vivono felici e protetti, da Roma, dove per molto tempo hanno dovuto abbandonare la vita di strada e tornare ad abitare archi e capitelli, fino ai grandi siti del Sud, come Ercolano, Pompei, Paestum.
Basti pensare ad Augusto, il micio-star del Colosseo a Roma, plurifotografato e finito in disegni, copertine di dischi e diverse opere d’arte. E non è certo un caso unico. I gatti, del resto, erano già presenti nelle effigi militari durante gli anni dell'Impero Romano ed erano venerati in Egitto come animali sacri. Proprio questa “sacralità” egiziana, potrebbe aver ispirato i vari imperatori romani, in particolare Giulio Cesare, nel considerare i gatti animali speciali, dal potere imperscrutabile. Dopotutto per lungo tempo i Romani e l’Egitto hanno avuto rapporti ravvicinati, tanto ravvicinati che dopo il 30 a.C. l’Egitto – suo malgrado, evidentemente - diventò parte dell'Impero romano. Da allora sono considerati una sorta di numi tutelari, genius loci inafferrabili tra monumenti e templi, tombe e dei palazzi in rovina. E sono finiti in numerose opere d’arte. Come ha scelto di fare Lorenzo Lotto, invece inserisce il gatto nella celeberrima “L’annunciazione di Recanati” del 1534: non ci sono propriamente rovine classiche, ma straordinarie architetture cinquecentesche.






