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Ultimo aggiornamento: 10:47
La tragedia del Kursk, ovverossia metafora della Russia. Il sommergibile classe K 141 del Progetto 949A, orgoglio della Marina russa, colò a picco il 12 agosto del 2000, giusto venticinque anni fa, trascinando negli abissi del Mar di Barents, al largo di Murmansk, i 118 membri dell’equipaggio. Era il fiore all’occhiello della flotta strategica nucleare, varato a Severodinsk appena sei anni prima: trasportava 24 missili, poteva essere operativo sino a 300 metri di profondità, era considerato l’arma più efficace contro le portaerei nemiche.
Quel giorno il Kursk salpò per partecipare ad una grande esercitazione navale a cui partecipavano un’altra trentina di unità di superficie e alcuni sottomarini. Alle 11:28, così appurò la macchinosa e ancor oggi non del tutto chiarita inchiesta, ci fu un’esplosione che squarciò i compartimenti di prua. Ad essa ne seguì un’altra. Le due esplosioni uccisero sul colpo 95 dei 118 marinai. I 23 superstiti, guidati dal tenente capitano Dmitri Kolesnikov, che aveva 27 anni, si asserragliarono in un compartimento non danneggiato. Ma avevano risorse d’ossigeno scarse, buone per respirare ancora altri tre o quattro giorni, ad essere ottimisti. Kolesnikov sperava che i soccorsi sarebbero intervenuti in tempo.







