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A Taranto, la città pugliese che aspetta di capire quale sarà il futuro dell’ex ILVA dopo anni di inchieste e vani tentativi di rilancio, da alcuni mesi non si discute solo di acciaio, ma anche di acqua: più nello specifico, del progetto di un dissalatore, ovvero di un impianto per filtrare l’acqua salata e ricavare acqua dolce, potabile, da immettere nella rete idrica. Acquedotto Pugliese, la società pubblica che vuole costruirlo, sostiene che il dissalatore sia indispensabile per risolvere la crisi idrica, mentre diversi comitati e associazioni ambientaliste tra cui Legambiente e WWF dicono che sia un’opera inutile, uno spreco di soldi oltre che un danno per l’ecosistema.

Negli ultimi anni a Taranto, come in molte altre città della Puglia e del Sud, c’è stato un grave problema di siccità. Gli agricoltori sono i primi che hanno dovuto fare a meno dell’acqua, con notevoli conseguenze per lavoro e affari, ma lo scorso anno è stato minacciato anche il razionamento dell’acqua potabile in città. Acquedotto Pugliese sostiene che le attuali forniture – in particolare l’acqua proveniente dal fiume Sinni e dal lago Pertusillo – non siano più sufficienti. Un dissalatore, dice la società, garantirebbe la diversificazione delle fonti idriche e quindi una maggiore autonomia della città.