Booking.com rischia di dover pagare miliardi di euro di risarcimenti per la class action di oltre 10mila hotel europei. L'azione legale, annunciata giovedì 7 agosto 2025 e coordinata dall'associazione europea degli albergatori (Hotrec), l'Hotel claims alliance e una trentina di altre associazioni si basa su una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 19 settembre 2024 che ha dichiarato illegali le clausole di parità dei prezzi, ossia degli accordi che impedivano agli hotel di proporre tariffe più basse altrove rispetto a Booking.com. Grazie a questi accordi la piattaforma ha potuto dominare il mercato per oltre vent’anni. La sentenza europea non ha automaticamente ordinato risarcimenti – ha solo stabilito che quelle clausole violavano le leggi sulla concorrenza – ma ha fornito agli hotel la base legale per chiedere ora i danni subiti dal 2004 al 2024. Il caso sarà esaminato da un tribunale nei Paesi Bassi, dove Booking.com ha sede legale, e dove gli albergatori dovranno dimostrare le perdite economiche concrete causate da quelle pratiche commerciali.Le clausole di parità e la strada verso il processo europeoLe clausole di parità dei prezzi erano disposizioni contrattuali che ogni hotel doveva accettare per essere presente su Booking.com. In sostanza, l'albergatore non poteva vendere le proprie camere a un prezzo inferiore su nessun altro canale, incluso il proprio sito web. Se una camera costava 100 euro su Booking.com, doveva costare almeno 100 euro ovunque. Questo sistema impediva agli hotel di offrire sconti per le prenotazioni direttamente sul loro sito, anche se su quelle non dovevano pagare le commissioni del 10-25% trattenute da Booking.com. Di conseguenza, gli hotel erano costretti a mantenere prezzi più alti ovunque, e i consumatori pagavano sempre la tariffa piena, gonfiata dalle commissioni della piattaforma.Fino al 2015 Booking.com utilizzava le "clausole di parità ampie", che vietavano prezzi inferiori sia sui siti degli hotel che su piattaforme concorrenti come Expedia. Le autorità antitrust di Germania, Francia e Italia avviarono indagini nel 2013-2014, costringendo la piattaforma a passare alle "clausole di parità ristrette" dal 1° luglio 2015. Questa versione modificata permetteva prezzi diversi su altre piattaforme ma manteneva il divieto per i siti diretti degli hotel. Gli albergatori tedeschi, in particolare la catena 25hours hotel company Berlin, non si accontentarono di questo compromesso e decisero di portare Booking.com in tribunale ad Amsterdam, sostenendo che anche le clausole ristrette violassero le leggi europee sulla concorrenza.Il tribunale di Amsterdam si trovò davanti a una questione complessa: le clausole di parità potevano essere considerate "restrizioni accessorie" necessarie al funzionamento della piattaforma, e quindi legittime, oppure erano restrizioni anticoncorrenziali vere e proprie? I giudici olandesi decisero di chiedere l'interpretazione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, riconoscendo che la questione aveva implicazioni per tutto il mercato digitale europeo. Booking.com sosteneva che senza queste clausole il suo modello di business sarebbe crollato a causa del free-riding: i clienti avrebbero usato la piattaforma solo per cercare hotel e poi avrebbero sempre prenotato altrove per risparmiare.La sentenza della Corte Ue e la class actionLa sentenza della Corte di Giustizia del 19 settembre 2024 è stata categorica: le clausole di parità dei prezzi, sia ampie che ristrette, non sono né necessarie né proporzionate per il funzionamento di una piattaforma di prenotazioni online. I giudici hanno riconosciuto che Booking.com fornisce un servizio utile mettendo in contatto hotel e viaggiatori, ma hanno stabilito che la piattaforma può esistere e prosperare anche senza impedire agli hotel di offrire prezzi migliori sui propri canali diretti. Importante sottolineare che la sentenza non ha ordinato risarcimenti né ha imposto sanzioni: ha solo stabilito che quelle clausole violavano l'articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell'UE, che vieta gli accordi anticoncorrenziali. Questa sentenza ha fornito agli hotel l'arma legale che aspettavano da anni. Con una pronuncia definitiva della massima corte europea sull'illegalità delle clausole, gli albergatori hanno ora una base solida per chiedere i danni.Nel frattempo, il Digital markets act europeo, entrato in vigore nel 2024, ha designato Booking.com come "gatekeeper", vietandole definitivamente l'uso di clausole di parità. La piattaforma ha dovuto perciò abbandonare queste pratiche, ma per gli hotel il danno di vent'anni era ormai fatto. Alexandros Vassilikos, presidente di Hotrec, ha dichiarato che dopo anni di condizioni inique è arrivato il momento di chiedere giustizia. La class action permetterà agli hotel di unire le forze per dimostrare i danni subiti: perdita di prenotazioni dirette, impossibilità di fidelizzare i clienti, margini di profitto erosi dalle commissioni che non potevano essere recuperate attraverso politiche di prezzo competitive.L'adesione alla class action per gli hotel ha prorogato la sua scadenza al 29 agosto 2025. Il tribunale olandese dovrà ora valutare se e quanto Booking.com dovrà risarcire per vent'anni di pratiche anticoncorrenziali. Parallelamente, anche i consumatori si sono mobilitati: le associazioni olandesi Consumentenbond e Stichting consumenten competition claims hanno lanciato una loro azione sostenendo che i viaggiatori hanno pagato centinaia di milioni di euro in più a causa di prezzi artificialmente gonfiati. In una settimana 180mila consumatori si sono registrati. Booking.com respinge le accuse, sostenendo che gli hotel sono sempre stati liberi di fissare i propri prezzi, ma dopo la sentenza europea questa difesa appare molto fragile. La piattaforma, che controlla il 71% del mercato europeo, potrebbe trovarsi a dover pagare uno dei risarcimenti più alti nella storia del commercio digitale.