La bufera lassù, oltre gli 8mila, c’è eccome. L’alpinista Marco Confortola è appena sceso a valle dall’ultima salita, quella al Gasherbrum I, in Pakistan, quota 8.068. Non è una cima qualsiasi: per lui è la vetta numero quattordici, «il momento più emozionante» di sempre, ma è anche quella che ha aperto, a valle, la polemica. C’è chi gliela contesta. Anzi, c’è chi gli contesta diverse arrampicate. Premessa, ché qui dobbiamo capirci tutti e anche chi di ramponi, piccozze e cordate sa nulla: conquistare una cima significa arrivare nel suo punto più alto, fermarsi qualche metro sotto, magari anche meno di un centinaio, che in città non è niente ma a un passo dal cielo è una scarpinata di un’ora e mezza o due di cammino, è un altra cosa. Tanto che esiste un sistema tutto rodato di certificazioni, di sherpa e di summit bonus per questi “aiutanti”: le regole sono regole. A lanciare per primo il dubbio che qualcosa non torni nelle scalate di Confortola è Lo scarpone, la storica rivista (oggi si trova tranquillamente on-line) del Cai, il Club alpino italiano. Lo scarpone sostiene che ci siano rumors, detti e non detti, perplessità più o meno esplicitate nell’ambiente e che non siano nate oggi: uno che le ha messe in fila è l’alpinista Simone Moro. «È una storia vecchia», conferma lui a Libero, «che io personalmente non ho interesse a tirar fuori perché ho un altro approccio alla montagna, non rincorro i quattordici 8mila, mi piace fare esplorazioni uniche. Epperò senti una persona, ne senti un’altra, dopo un po’ il racconto si fa corposo».