Roma, 9 ago. (askanews) – “Due volte damigella, mai all’altare”: Jim Lovell, scomparso all’età di 97 anni, aveva riassunto così una carriera che al momento del suo ritiro dalla Nasa era probabilmente la più illustre dell’Agenzia spaziale statunitense.

L’allora capitano della Marina – oltre a vantare ben quattro missioni – era infatti stato uno dei primi tre astronauti ad aver visto la faccia nascosta della Luna, nonché appunto l’unico uomo ad essere stato in orbita attorno al nostro satellite per due volte, prima con l’Apollo 8 e poi con l’Apollo 13.

Il 13, appunto: l’allunaggio che non avvenne, “l’insuccesso di successo” che se pure non portò Lovell e Haise a calpestare la superficie lunare divenne un’impresa a se stante – e in grado di risvegliare l’interesse dell’opinione pubblica mondiale per un programma spaziale che era oramai diventato una specie di routine.

“Houston abbiamo un problema” è diventata una frase simbolo della corsa allo spazio, seconda solo al “piccolo passo” di Neil Armstrong: il primo successo e il primo (e unico) fallimento del programma Apollo – e d’altronde a sessant’anni di distanza si fa fatica a ricordare i nomi degli “altri”: gli altri quindici astronauti che hanno camminato sulla Luna dopo Apollo 11.