«Avolte ritornano» è l’azzeccato titolo italiano della prima raccolta di racconti di Stephen King, uscita nel 1978 (quello originale è il comunque evocativo «Night Shift», «Turno di notte»). L’Uomo Nero cerca sempre, in qualche modo, di ritornare sempre. E lo stesso vale per certi franchise horror ripresi dopo svariati anni.

È il caso di «28 anni dopo», terzo film della saga iniziata nel 2002 con «28 giorni dopo» e proseguita nel 2007 con «28 settimane dopo». Torna il team creativo del primo film, Danny Boyle alla regia e Alex Garland alla sceneggiatura, in quello che vorrebbe essere il primo episodio di una trilogia ambientata in una Gran Bretagna isolata dal resto dell’Europa a causa di un virus, simile a quello della rabbia ma amplificato, che trasforma gli esseri umani in simil zombi (seppur tecnicamente vivi) con le stesse abitudini (cannibali) dei morti viventi. A Lindisfarne, un’isoletta protetta dall’alta marea, c’è una piccola comunità di sopravvissuti tornata all’era preindustriale e priva di medicine. Il film è una sorta di racconto di formazione con il ragazzino Spike (Alfie Williams) che con il padre Jamie (Aaron Taylor-Johnson) va armato di arco sulla terraferma dove affronta i suoi primi infetti che sono guidati da un Alpha, un simil zombi più intelligente della media, e poi ci torna con la madre Isla (Jodie Comer), malata, dopo aver scoperto che sulla terraferma c’è un medico, il Dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes), che forse la può guarire. L’idea di base del film sembra contraddire le premesse del primo episodio: gli vi infetti apparivano totalmente privi di ragione, soltanto più pericolosi dei morti viventi dei film di George Romero perché correvano anziché camminare lentamente (nel 2004 con «L’alba dei morti viventi» di Zack Snyder avremmo avuto anche gli zombi sprinter) e in «28 giorni dopo» il maggiore West (Christopher Eccleston) ipotizzava che sarebbero presto tutti morti. Invece, misteriosamente, hanno formato una sorta di comunità e si sono riprodotti: i bambini nascono umani e poi vengono infettati dai genitori. Alcuni critici hanno osservato che la Gran Bretagna tagliata fuori dal resto dell’Europa sarebbe una allegoria della Brexit ma, a parte che l’idea era già nei primi film di inizio millennio, nella pellicola colpisce l’incapacità dei militari svedesi della Nato che pattugliano in nave la zona e, costretti da un naufragio a sbarcare a terra, vengono facilmente massacrati dagli infetti, malgrado le loro potenti armi.