«Convinciti del fatto che il mondo sei tu, e sforzati di salvarlo, per salvarti. Il mondo è il tuo mondo, ma non già l’io egoista, bensì l’uomo». Così scriveva Miguel de Unamuno, commentando – o forse riscrivendo – il Don Chisciotte. C’è qualcosa di profondamente serio nella protesta degli studenti che hanno scelto il silenzio all’orale di maturità. Non tanto il gesto in sé, che può apparire a molti una provocazione immatura, un abuso di una falla regolamentare. Quanto nel messaggio che, consapevolmente o no, porta alla luce: quel silenzio è un tentativo, per quanto imperfetto, di salvare non solo se stessi, ma anche una scuola e un mondo percepiti come sbagliati. Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha chiarito che dalla prossima maturità chi farà scena muta sarà bocciato. Una misura che, se pensiamo alla scuola come a un luogo di responsabilità e regole comuni, può apparire comprensibile e coerente. L’esame orale è un momento di verifica, ma anche di dialogo, e non si può permettere che diventi solo una piattaforma per proteste. Forse è proprio questo il punto. Quella scena muta, così apparentemente arrogante, è un grido di sfiducia verso un sistema percepito dai ragazzi come distante, competitivo, arido. Un sistema che misura le prestazioni più di quanto ascolti. È il rifiuto di quella che alcuni studenti hanno chiamato «una scuola a punti».
Scuola, più ascolto meno performance
Dare il massimo non sempre basta. E la competizione non premia il migliore, ma chi ha la corazza emotiva più dura. Certo, edulcorare la realtà non serve. Ma forse è tempo di fermarsi e guardare alle cause del malessere






