VENEZIA - Gianni Berengo Gardin non ha mai voluto colorare il suo mondo in bianco e nero. La sua Venezia, i suoi zingari, i suoi matti, la sue Grandi Navi, le due donne non potevano essere colorati, nemmeno dall'Intelligenza Artificiale. E neppure violati con un selfie. Per quello che veniva presentato come "il fotografo italiano più ragguardevole del dopoguerra", la fotografia era un impegno civile, era un racconto di vita, di persone. Per lui fotografare voleva dire raccontare ed è stato un lungo e continuo racconto con la Leica legata al polso.
Metteva in fila le sue passioni: "Prima viene la Leica, poi le donne, poi il gelato". Poi la morte che, a Genova, ha chiuso il suo album quando mancavano due mesi a compiere 95 anni. Non aveva paura di andarsene, gli seccava di dover abbandonare gli oggetti e i ricordi che aveva raccolto. Ha lasciato detto che non vuole funerali. Trecento mostre in tutto il mondo, le sue opere esposte alla Mostra dell'Arte Italiana al Guggenheim Museum di New York. Trecento libri fotografici, molti premi internazionali, compresi gli Oscar della fotografia. Una laurea ad honorem della Statale di Milano in Storia e critica dell'arte. Un patrimonio di due milioni di negativi. Ma non sapeva fare una foto col telefonino:"Io ho un telefonino all'antica che non fa fotografie perché la fotografia è una cosa seria che si fa con una macchina fotografica".










