Negli articoli precedenti si è visto come l’Italia, avendo un tasso di occupazione assai basso, potrebbe affrontare il calo demografico previsto per i prossimi decenni sia con nuovi afflussi di migranti che integrando nel mercato del lavoro i tanti italiani e stranieri che oggi ne sono fuori o ai margini. Stime ragionevoli del potenziale di crescita dell’economia italiana rendono però implausibile che nei prossimi anni sia possibile creare il numero di posti di lavoro decentemente pagati che è necessario per alzare rapidamente il tasso di occupazione e allo stesso tempo integrare numeri rilevanti di nuovi migranti.

L’evidenza internazionale suggerisce che l’accesso degli immigrati ad occupazioni che danno un reddito relativamente stabile e di livello decente è condizione necessaria, seppure non sufficiente, per qualsiasi percorso d’integrazione. Tale condizione tende a venir meno quando la grande maggioranza degli immigrati che lavorano è occupata nei segmenti informali del mercato del lavoro, come accade in Italia. Ci sono quindi buone ragioni per dare la priorità a politiche inclusive volte a integrare gli italiani e gli immigrati di prima e seconda generazione che in Italia già ci sono, ma che non lavorano o sono segregati in occupazioni mal pagate e precarie, piuttosto che puntare su significativi afflussi di nuovi migranti.