C’è un tema che emerge dall’assegnazione delle risorse del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (Fnsv): la cultura nei luoghi più interni del Paese, quelli meno popolati, meno attrattivi, non è d’interesse pubblico. Si preferisce concentrare le risorse nei poli urbani e nelle realtà più strutturate, dimenticandosi delle - spesso uniche - realtà che nei territori più o meno periferici portano innovazione, lavoro e riqualificazione.

«Siamo di fronte a un sistema che produce diseguaglianze e sprechi, dove la cultura non viene vista come bene comune ma secondo logiche di profitto», racconta al Sole 24 Ore Giovanna Barni, presidente di CulTurMedia Legacoop, associazione che rappresenta le cooperative operanti nei settori dei beni culturali, spettacolo, turismo, informazione e comunicazione. «La marginalità culturale di interi territori viene data per acquisita, mentre le nostre cooperative sono gli unici presidi permanenti e radicati nelle comunità».

Ma andiamo con ordine. Da poco sono state rese pubbliche le istanze accolte dalle commissioni incaricate di decidere a chi destinare le risorse del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (Fnsv), lo strumento attraverso cui il ministero della Cultura – e, in particolare, la Direzione generale dello spettacolo – eroga i contributi triennali destinati alle attività di produzione e programmazione nel campo del teatro, la danza, la musica e il circo.