Triennale di Milano, Quadriennale di Roma, Biennale di Venezia, Fai: sono solo alcune delle istituzioni presenti nelle tabelle di riparto dei contributi 2025 del dipartimento per le attività culturali del ministero della Cultura, e che si ritroveranno, nel complesso, con quasi due milioni di euro in meno rispetto al 2024. A queste vanno aggiunte tutte le altre realtà nazionali – come archivi, musei, teatri e istituti – che dipendono dai dipartimenti di tutela e valorizzazione, a loro volta vittime dei tagli imposti dalla legge di Bilancio.
E se poi si pensa all’effetto cascata che queste riduzioni hanno sugli enti locali – Regioni prima, Comuni poi –, ecco che la fotografia che ci appare è quella di un Paese in cui lo sviluppo e la tutela del patrimonio culturale, storico e artistico – pur sanciti dalla Costituzione – sono sempre più in affanno. Che fare, dunque?
La diminuzione progressiva degli investimenti pubblici nella cultura non è purtroppo una novità per gli addetti ai lavori e forme di finanziamento parallele (partenariati, risorse private, mecenatismo, crowdfunding) sono strade che gli operatori hanno iniziato a percorrere da un po’. «Il calo del finanziamento pubblico sta incentivando la mentalità del fundraising anche qui in Italia, dove gli istituti culturali sono più orientati a sviluppare competenze di marketing (quindi di vendita biglietti, mostre, eventi...) piuttosto che di raccolta del capitale.






