Tutti azzardiamo previsioni su quanto peseranno i dazi di Trump sull’industria manifatturiera di un grande Paese esportatore come l’Italia, ma lo facciamo senza neanche conoscere gli effetti delle crisi internazionali del passato. Per rimediare, all’Osservatorio delle Imprese della Sapienza abbiamo studiato quanto è cambiata la manifattura in Italia nell’ultimo quarto di secolo: dal 2000 poco dopo il debutto dell’euro, al 2008 quando fallì la Lehmann, al 2020 con la pandemia da Covid, al 2024 con le guerre tuttora in corso. Siamo partiti dai dati sulla fiducia delle imprese, pubblicati dall’Istat da ultimo il 25 luglio, da quelli sulla produzione industriale dell’Eurostat per i 27 Paesi europei e dell’Istat per l’Italia pubblicati proprio oggi. Abbiamo elaborato un indicatore della capacità produttiva della manifattura italiana e abbiamo confrontato i risultati con pubblicazioni Bankitalia, Confindustria, Mediobanca, Abi.
Cominciamo con l’indice Eurostat sulla produzione industriale. Tra il primo e l’ultimo trimestre dei 25 anni studiati, nell’Europa a 27 la produzione è aumentata del 24%, ma con fortissime differenze da Paese a Paese. Ad averla aumentata di più è l’Irlanda (+447%), seguita da Polonia (+287%), Turchia (+276%), Lituania (+263%). Poi vengono altri Paesi baltici e dell’est europeo. Tra i fondatori, l’hanno aumentata i Paesi Bassi (+36%) e la Germania (+17%). Sapete chi tra i 27 ha avuto la più grave caduta della produzione? Dispiace dirlo, ma è l’Italia con un meno 23%, quasi un punto percentuale di capacità perso ogni anno, peggio di Francia, Grecia, Spagna, Portogallo. È lecito supporre che ci sia stato un trasloco di lavorazioni dall’Italia per convenienza economica.







