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Ultimo aggiornamento: 8:00
Carissimi Ninni e Roberto, come ho fatto con Beppe Montana, vi scrivo.
Caro Roberto, eri u nostru picciriddi, la nostra mascotte: anche tu come me non eri più alla Mobile di Palermo, eppure non hai esitato di ritornare per proteggere Ninni Cassarà (a me come dirò, Ninni lo impedì). Il tuo gesto, caro Roberto, mi fa rimembrare quello che ci tramandò Platone, ossia che narrando il mito di Er, afferma che ogni uomo è causa del proprio destino. Roberto, ricordo la tua allegria: noi tutti ti volevamo un gran bene per quella empatia che emanavi in ogni istante.
Ora, mi rivolgo pure a te Ninni, perché quel che sto per dirvi dispiacerà a entrambi. Nella nostra Sezione, avevamo una serpe in seno, un traditore a soldo di Cosa nostra, ve lo dirò più in là. Caro Ninni, voglio dirti, che tu non fosti un nostro superiore, ma un amico a cui affidare le nostre vite. Tu da manager delle investigazioni, forgiasti la 5° sez. come un nucleo compatto: e come ricordò Vincenzo Ragusa, nel documentario Rai: “Ninni non andava via dall’ufficio, se l’ultima pattuglia non avesse fatto rientro”. Eri la nostra forza.






