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Ultimo aggiornamento: 12:41

Caro Beppe, nella nostra 5° Sezione investigativa era normale che non pesassero le differenze di grado, anche se ognuno di noi era consapevole del proprio ruolo. La Sezione di Cassarà, un pugno di uomini uniti da profonda amicizia, con l’unico scopo di sconfiggere Cosa nostra. Caro Beppe, ricordo quando sei arrivato, insieme al alcuni tuoi colleghi funzionari: tu sei rimasto e altri invece mandati in uffici della Questura.

Ti sto scrivendo rivivendo i nostri momenti di lavoro insieme, e nel mentre scende qualche lacrima: lacrima d’amore, di profondo affetto. Eri esuberante, allegro, gioioso e felice di essere con noi. Una volta, ti ho dovuto “richiamare”, quando entrammo in una pizzeria e si vedeva la tua 38 special e mentre stavi andando a salutare Alessandro, il figlio del dr Boris Giuliano, ti dissi “Ammuccia sta pistola!” (nascondila). E tu di riflesso, alzando le spalle: “Tanto u sannu ca siamo sbirri). Mi hai presentato Alessandro, che io non conoscevo.

Quanti giorni passammo insieme dentro un furgone anonimo, prima con Totuccio Contorno e poi con Stefano Calzetta: appostamenti per sorprendere i latitanti. Alcuni li arrestammo, compreso il killer del prof Paolo Giaccone. Beppe ti ricordi, quella mattina dopo aver scoperto una raffineria di droga in una grotta sottoterra, mi avvicinai e ti dissi: “Stamattina abbiamo scoperto il più grosso arsenale di armi di Cosa nostra”. Mi guardasti basito, come dire che cavolo dici? Ed io aggiunsi, vieni e ti faccio vedere. Accadde che eravamo sotto l’autostrada in località San Ciro Maredolce (Brancaccio) ed io mi insospettii notando una lunga scala parzialmente occultata dall’erba, la presi e salii sul soppalco. In fondo c’erano dei borsoni pieni di armi. Fucili di precisione, una mitraglietta con giubbotto antiproiettile compendio di un furto a una nostra Volante, un mitragliatore, silenziatori e un centinaio di pistole.