Con la denatalità si riducono anche gli utenti dei servizi pubblici (la scuola ha perduto il 4 per cento dei suoi studenti nei soli ultimi tre anni). La digitalizzazione consente di affidare alle macchine una parte del lavoro una volta svolto dagli uomini e l’introduzione dell’intelligenza artificiale accentua questa sostituzione. Sul mercato del lavoro, l’offerta di posti supera la domanda, come mostrato da molti indicatori. Non è giunto, quindi, il momento di invertire l’orientamento secolare secondo il quale gli uffici pubblici servono più a dare posti, per alleviare la cronica disoccupazione, che ad assicurare servizi pubblici — con il risultato di avere uno Stato con molti e malpagati — e di assumere di meno e pagare di più, realizzando così un antico auspicio di quel bravo studioso di scienza delle finanze ed ottimo ministro che fu Francesco Saverio Nitti, il cui motto era «pochi e ben pagati»?

Vorrei provare a dimostrare che questa inversione di rotta è necessaria per il Paese e conviene alle maggioranze che lo governano.

Comincio col ricordare che gli italiani sono insoddisfatti dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione: secondo i dati Ocse, solo una minoranza degli italiani esprime soddisfazione per i servizi pubblici e solo il 45 per cento della popolazione ha un livello alto o medio-alto di fiducia nella pubblica amministrazione. L’opinione diffusa è che la burocrazia sia come i dazi, costituisce una barriera non tariffaria.