Un altro stop. Che assesta un nuovo colpo – anche se dagli effetti concreti apparentemente limitati – alla strategia del governo sui migranti. E in particolare al modello Albania, e alla lista dei Paesi considerati «sicuri» verso cui rimpatriare con procedure accelerate chi entra illegalmente nel territorio italiano. È la Corte di giustizia europea a firmare una decisione che «sorprende» Palazzo Chigi. E che manda su tutte le furie il governo, per il quale il verdetto «indebolisce le politiche di contrasto all'immigrazione illegale di massa». Con la pronuncia arrivata ieri mattina, infatti, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che l’ultima parola, per decidere se un Paese possa essere considerato sicuro oppure no (e dunque se verso quel Paese si possano effettuare i rimpatri “accelerati”) spetta comunque a un magistrato. Non basta, insomma, che un governo lo consideri tale, come aveva fatto l’esecutivo con un decreto ad hoc lo scorso ottobre, per provare a salvare il protocollo Italia-Albania e i due centri per i rimpatri di Shengjin e Gjader. «La designazione di Paesi terzi come Paesi di origine sicuri deve essere suscettibile di una revisione efficace da parte del giudice», scrivono i togati Ue. I governi, dunque, possono sì «designare Paesi d'origine sicuri mediante atto legislativo», ma solo «a patto che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo».