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All’inizio di aprile, rispondendo alla domanda di un giornalista, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres si è rifiutato di descrivere le conseguenze dell’invasione israeliana della Striscia di Gaza come un genocidio. Guterres ha detto che la situazione «è già abbastanza orribile, senza che serva mettere in mezzo la semantica» e che queste definizioni «sono competenza della Corte internazionale di giustizia», il principale tribunale delle Nazioni Unite. È una risposta esemplare di molte difficoltà e ambiguità sorte in questi anni attorno a un dibattito straordinariamente teso e ricco di pressioni e implicazioni.
Una parte delle difficoltà dipende dal fatto che da tempo il termine genocidio ha assunto un significato più ampio e meno tecnico, cioè meno legato alla sua rigida definizione giuridica. Come ha scritto anche il quotidiano israeliano Haaretz, «il termine “genocidio” ha allo stesso tempo un significato giuridico, morale, storico, comparativo e strategico».
In un pezzo di opinione pubblica, poi, si è affermata l’idea che un genocidio sia semplicemente una strage molto più grave delle altre, una strage su una scala più grande, per dimensioni e brutalità, che però non è il modo in cui questo crimine viene definito nel diritto internazionale. Nessuno per esempio ha mai considerato un genocidio il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, quando gli Stati Uniti sganciarono due bombe atomiche radendole al suolo e causando in pochi giorni circa 200mila morti, in larghissima parte civili.











