ORIANA FALLACI. Noi ci siamo già incontrate, signorina Mazzini: a Sanremo, poco più di due anni fa, quando lei cantava una canzonetta dal titolo Io amo, tu ami, e sembrava ignorare perfino il significato di quel verbo che a ogni strillo le riempiva la bocca. Infatti affermava di dormire con un orsacchiotto e di divertirsi soltanto con «Topolino», le bolle di sapone, e le fotografie di «un tipo con la barba che ha accoppato un mucchio di gente e mi pare si chiami Fidel». Ignorava o sembrava ignorare molte altre cose: ad esempio che Nenni fosse socialista, che il pentagramma servisse per scriver la musica, e che Maometto avesse dettato la religione dell’Islam. «Ma chi era questo Maometto? Il nome è simpatico, se un giorno avrò un figlio voglio chiamarlo Maometto». L’incontro mi lasciò perplessa, signorina Mazzini; scusi, volevo dire signora...
MINA. Signora? E perché? Non sono sposata, e di conseguenza non sono signora. Siccome non sono «signora», niente mi dà fastidio come sentirmi chiamare «signora». A me, quando dicono «signora», sembra sempre che si diano una gomitata nei fianchi: lo dicono sempre con una tal aria di complicità, quasi volessero dividere con me chissà quale colpa. Con lei è diverso, lo so, se non fosse diverso non sarei qui in casa sua a farmi chieder le cose: però non mi chiami signora. Mi chiami Mina. D’accordo?






